L'ultima lettera

scritto da Racconti senza tempo
Scritto Ieri • Pubblicato 7 ore fa • Revisionato 7 ore fa
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l dottor Lanyon, uomo di scienza rigorosa e scettica, assiste all'orrore supremo: la trasformazione fisica del suo amico Henry Jekyll nel malvagio Edward Hyde.
- Nota dell'autore Racconti senza tempo

Testo: L'ultima lettera
di Racconti senza tempo

Le mie mani tremano. Non per il freddo che entra dalla porta o per la stanchezza di una lunga notte senza sonno. Tremano per l'orrore che ho visto. Ha bruciato via la mia anima, lasciandomi solo cenere fredda. Ho preso la penna, la punta d'acciaio che un tempo era un'estensione della mia mente lucida, e ora la sento come un peso insopportabile. Ma devo scrivere. Devo lasciare una traccia. Per Utterson, per l'amico che non capirebbe mai.

Ci siamo seduti qui nel mio studio innumerevoli volte. Lui da un lato del fuoco, io dall'altro. Discutevamo di ogni cosa, dall'anatomia dei molluschi alla filosofia di Locke. Tuttavia, parlavamo soprattutto di scienza. Henry Jekyll era un uomo brillante, ma la sua mente si spingeva verso l'insolito. Lo guardavo con affetto, ma anche con preoccupazione, come un padre che guarda un figlio prodigio a rischio di perdersi. Io, un uomo di scienza pratica, lo avvertivo. "La tua scienza è una sciocchezza," gli dicevo con un sorriso. "I tuoi sogni non sono altro che fantasie malate." E lui rispondeva con il suo sorriso sornione, i suoi occhi brillanti. "David," mi diceva, "la verità non è sempre dove la cerchiamo." Non sapevo quanto avesse ragione. Non sapevo che la verità si nascondesse in un incubo. La mia casa, il mio studio, la mia mente. Sono tutto in ordine. I miei strumenti scientifici sono puliti, i miei libri sistemati.

Ma so che questo ordine è una menzogna. La mia vita, ciò in cui ho sempre creduto, è stata distrutta. Non è stato un terremoto. È stata la vista di un uomo che si è dissolto in un altro. Un'immagine che non potrò mai cancellare. Il mio ricordo più chiaro è il rumore di passi veloci e disperati che arrivano dalla strada. Poi una serie di colpi alla mia porta. Erano le due di notte. Ero sveglio a leggere, come spesso accadeva. Sentii una voce che mi supplicava. "Lanyon, per l'amor di Dio, apri la porta!" Era una voce che riconobbi come la sua, ma era rauca, quasi disumana. Ero confuso. Aprii la porta e lì in piedi c'era un uomo piccolo, con gli occhi brillanti di una follia che non avevo mai visto. "Dov'è lo studio?" mi chiese, con una voce che era un sibilo. Lo guardai. "Chi sei?" gli chiesi. "Jekyll!" mi urlò. "Sono Jekyll! Ti prego, Lanyon, portami la boccetta che ho lasciato nel tuo laboratorio! Ne ho bisogno! Ne ho bisogno!" Lo portai nel mio studio e lo feci sedere. Era in preda al panico, con un sudore freddo che gli scorreva sul volto. Gli diedi la boccetta. La prese, la guardò come se fosse la sua ultima speranza, poi la bevve in un sorso. "Lanyon," mi disse, "sei il mio migliore amico. Ti prego, non guardare. Non guardare quello che sta per succedere."

Ma non potevo obbedire. Ero un uomo di scienza. Il mio cuore batteva forte, la mia mente era in subbuglio. Volevo vedere, volevo capire. Il suo volto si distorceva, i suoi lineamenti si fondevano. Le sue ossa, che un tempo erano la base del suo essere, si piegarono e si ruppero con un suono che non scorderò mai. Sentii un rumore, una lamentela silenziosa dalla sua gola. Poi un'ombra nera avvolse il suo corpo. Il volto, che un tempo era un faro di luce, si spense. E al suo posto, c'era una maschera di pura malvagità, un volto mai visto, che mi fece urlare. Rimasi in piedi, tremante. Vidi l'ombra di Hyde allontanarsi, con gli occhi che brillavano nell'oscurità. Poi sentii una voce che mi supplicava. "Lanyon," mi disse, "ti prego, non lasciare che la tua mente ti tradisca." Era Jekyll. Era ancora nascosto, imprigionato. Ho capito che il male non è esterno, ma parte di noi stessi, una parte che dobbiamo combattere. Ma lui aveva fallito. E io, il suo amico, non potei fare nulla. La penna si è fermata, ma il mio tormento no. La verità che ho visto è come un veleno nelle mie vene, consumando ogni barlume di ciò che ero. Ho sempre creduto nel progresso, nel potere della ragione umana di svelare i misteri della natura. Per tutta la vita ho deriso le teorie di Henry, definendole "follie trascendentali."

Ora quelle follie sono la mia realtà. Non ho più certezze, solo un vuoto senza fine. La scienza ha abbassato lo sguardo su di me, condannandomi a un’ignoranza peggiore della morte. Ricordo una sera, tra le tante, in cui ci siamo trovati a cena. Utterson era lì, con il suo aspetto preoccupato. Jekyll era brillante come sempre, pieno di vita, con gli occhi che brillavano di un fuoco interiore. Parlava della sua ricerca con una passione che mi spaventava e affascinava allo stesso tempo. "L'uomo," mi disse, "è una creatura complessa, una lotta tra il bene e il male. La scienza può dividere queste due cose, può isolare la parte oscura e lasciarla libera." Io risi. "Henry," gli dissi, "questo è il sogno di un uomo malato. Il bene e il male sono due facce della stessa moneta. Non si possono separare." Ma lui mi guardò con uno sguardo che non dimenticherò mai, uno sguardo che diceva: "Io l'ho fatto."

Quello sguardo ora lo capisco, era l'ombra che mi avvolgeva. Le mie mani non tremano più. Ho detto tutto. Il mio segreto, il mio dolore, la mia verità. Sento un sonno che si avvicina e che non avevo mai sentito. So che sarà l'ultimo. E la mia ultima immagine, il mio ultimo pensiero, è il volto di Hyde. L'orrore, il male, l'incubo che non mi lascerà mai, né in vita né in morte. Quel giorno in cui ho aperto la porta a Henry, non sapevo di accogliere il mio stesso assassino.

Non mi ha ucciso con un coltello, ma con la verità. Ho cercato una spiegazione, una logica a cui aggrapparmi. Ho frugato nello studio, tra i libri. Ma la risposta non c'era. Il male che ho visto non era un'illusione, non era una malattia, non era un sogno. Era una realtà che non potevo accettare. E il mio cuore, la mia fede nella ragione, si è spezzata. Ho sigillato la busta. È stato il mio ultimo atto di lucidità. Ho raccontato la verità. So che Utterson non capirà. So che penserà che sono un pazzo che ha perso la ragione. Ma non mi importa. La stanza è immobile. Solo il fuoco brucia, ma la fiamma non scalda più.

Sento il ticchettio dell’orologio come un battito estraneo, troppo regolare per appartenere a un cuore umano. E mi accorgo che il mondo è diventato un esperimento riuscito troppo bene: la verità ha divorato il suo stesso osservatore. Non so se Henry vive ancora dentro quell’essere. Non so se la sua anima è rimasta imprigionata nel corpo del mostro o se si è dissolta come fumo. Ma so che io, Lanyon, ho visto ciò che nessun uomo doveva vedere, e che da quella visione non c’è ritorno.

La verità... sì, la verità, non salva.
La verità... uccide.

L'ultima lettera testo di Racconti senza tempo
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